La copertina

RELAZIONE E
CONOSCENZA
di Network Museum People
I musei sono luoghi dove ci si diverte, dove si impara, dove ci si ritrova (in ogni senso) o cosa? Sempre più sovente il termine museo si trova in compagnia con il lemma “emozione” con tutti i suoi derivati. Sembra che se qualcosa non sappia fare emozionare, non sia valida, non possa essere accettata. Siamo alle soglie di un nuovo periodo barocco?
“È del poeta il fin la meraviglia: chi non sa far stupir, vada alla striglia.”
Questo verso lo si trova ne “L’Adone”, poema pubblicato nel 1623 da Giovan Battista Marino. Mi ricordo ancora la mia insegnante di lettere del liceo sostenere tale verso come il vero e proprio manifesto poetico del Barocco.
La meraviglia come riferimento primo dell’estetica barocca, per cui l’arte deve saper stupire, sorprendere, incantare. L’aspetto “classista”, spietato del rimandare all’umile lavoro dello stalliere chiunque ambisse ad essere poeta, ma non sapesse rispettare tale canone.
Francamente il tutto mi ricorda il contesto culturale odierno. Tutto (o quasi in certi contesti) è farcito di sensazionalismo. Tutto dura lo stretto indispensabile per la percezione di una emozione, di una sensazione, per poi scomparire tra le nebbie dell’oblio più velocemente di una meteora celeste.
Mi torna alla mente uno studio da me compiuto tempo fa su tredici variabili di apprendimento linguistico, in cui avevo osservato un progressivo smantellamento delle strutture grammaticali in funzione dell’incremento di velocità nella comunicazione. Qualche decennio dopo quanto osservato si sta rivelando corretto. La nostra comunicazione interpersonale ed non è sempre più composta da espressioni, che soddisfano una velocità di esternazione molto più superficiale, sempre più asservita ad una istintività del pensiero e del gesto, sempre più privata di occasioni di analisi e di opportunità di riflessione. Toni, inflessioni, codici, soprattutto tra la popolazione giovanile, connotati da rapidità, necessariamente prendono il sopravvento, perché più consoni ad una velocità espressiva, che necessariamente omologa tutto e tutti, senza lasciare tempo ad altro se non ad una percezione, per forza di cose, istintiva, immediata, emotiva. Come se in noi vi fosse un diapason che non dovesse mai smettere di vibrare. Noia, attesa, liturgie individuali e collettive sembrano essere bandite, anche con ausili di sostanze varie, dal contesto esistenziale e dalle quotidiane relazioni. Abbandono il monopattino sullo scivolo del marciapiede: non riesco neppure a pensare alla carrozzina di un invalido che non riuscirà a salire o ad un anziano che potrebbe perdere l’equilibrio, cercando di scansare l’ingombro.
Cosa c’entrano ora i monopattini con la velocità d’espressione, la conoscenza e la frequentazione museale? Se durante la contestazione del ’68, per esempio, il corteo, lo slogan, l’abbigliamento, l’espressione e quanto altro era dominio comunicativo della conseguenza di un pensiero, ora vi è tutto un modo di percepire l’esistenza basato sulla esteriorità asservita non alla funzione, come poteva essere negli anni ’70, ma sempre più al soddisfacimento della propria individualità ed della propria istintività (L’incremento di atti violenti in vari ambiti della collettività, non per forza tra le categorie meno abbienti, ne è la prova).
Un giorno, quando ero direttore di scuola, ripresi una studentessa, a cui avevo procurato, come a molti altri (proprio per prassi della scuola) un colloquio di lavoro, a cui non solo non si era presentata, ma non si era posta neppure il pensiero di avvisare della sua impossibilità a recarvisi. La risposta della studentessa è stata lapidaria: “Io ho delle priorità”, ovvero, tutto ciò che non recava vantaggio diretto a lei, non doveva sottrarle energia. Non vi era posto per altre categorie di relazioni con l’esterno. Solo chi si considera al centro del mondo (perché forse il sistema educativo familiare ha fatto intendere la praticabilità di tale rivoluzione copernicana) riesce a vivere appieno delle emozioni che si procura dall’ambiente esterno che lo subisce: praticamente un modello “EMOIO”.
Torniamo quindi alle emozioni, che possiamo considerare in quest’ottica come il risultato dell’unica relazione che molti riconoscono, ovvero quella con se stessi. Per tali individui (temo la stragrande maggioranza) gli altri giocano un ruolo sono regolato dalla discriminante dell’immediato appagamento e dalla pronta utilità: non vi deve essere altro (ovviamente con le solite eccezioni di rito).
Se io costruisco una cultura dell’emozione, come quella, per esempio, dell’apparire, non vi è posto per il non apparire, o per tutto ciò che non fa “emozionare”, ovvero non eroga in breve tempo un beneficio, che si possa consumare rigorosamente ed individualmente, anche se riuniti in una collettività. La cultura dello “sballo”, per esempio, può avere delle liturgie collettive, ma l’effetto coinvolge direttamente solo il singolo individuo.
Torniamo ai processi di apprendimento, alle visite museali, alla prassi cognitiva. Cercando quindi di comprendere il ruolo della emozione nel processo didattico museale. Possiamo ricorrere a questo esempio, forse un poco al limite, quasi un’iperbole, ma che rende bene l’idea. Accoppiarsi fisicamente tra due individui genera sicuramente emozioni, ma non necessariamente sentimenti. Per i sentimenti ci vuole un processo più lento, pertanto più coinvolgente e meno emotivo, dove l’istinto viene declinato, quasi addomesticato dalla ragione, che lo fa diventare esperienza, in un processo, per citare la nostra Teoria della Configurazione, dove la funzione associativa è determinante (ovvero il ricorso al paragone con modelli trasmessi ed appresi).
Possiamo, pertanto, affermare, senza timore di dire stupidaggini troppo grandi, che l’emozione non va oltre la “conoscenza istintiva”. Non tengo la mano sulla fiamma, se non mi chiamo Scevola.

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Se voglio capire, invece, come come fare durare il rapporto con chi amo, malgrado il dolore e la difficoltà, non mi ritraggo, perché ho consolidato un insieme di fattori, che chiamo relazione e che coinvolge non solo le mie aree cerebrali preposte ad una veloce emotività e ad una altrettanto veloce ricompensa biochimica.
Pertanto siamo sicuri, quindi, che l’emozionare finalizzata a se stessa non tramuti un museo in una sala giochi, impedendo un rapporto più profondo con quanto esposto sia nella materia che nei contenuti?
Siamo certi che il rincorrere prassi comunicative da pubblicità per dentifrici (con tutto il rispetto per tale presidio sanitario) possa suscitare reali effetti cognitivi utili ad un più ampio spettro di funzioni della persona ed al raggiungimento di altri obiettivi che non sia la mera emotività.
Molti potrebbero obiettare che l’emotività possa essere una ottima alleata del processo cognitivo. Tutto ciò è verissimo a patto che a valle tutto possa sfociare in un coerente processo culturale e non solo cognitivo, poiché al museo non si va solo per imparare “cose”.
Ecco la “ratio” di Network Museum People al varo della seconda stagione: indagare il rapporto tra museo e visitatori/fruitori. Esiste un rapporto? Di che tipo è? Cosa provoca? Quale evoluzione?
Il tandem con Network Museum è assolutamente chiaro ed opportuno. Avendo i due protocolli di ricerca adottato, ognuno per la propria prospettiva, il quesito relativo al tema dell’anno su cosa sia e su come possa essere percepita l’intelligenza di un museo, potranno rilevare dati sulle proposte e sugli effetti dell’offerta museale, affinché si possa rilevare se l’evoluzione della stessa viri in rapporto cognitivo o in mera fruizione sensoriale.
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Titolo: Relazione e conoscenza
Sezione: La copertina
Autore: Network Museum
Ospite: –
Codice: INMNET2510141709MAN
Ultimo aggiornamento: 14/10/2025
Pubblicazione in rete: 2° stagione, 14/10/2025
Proprietà intellettuale: INFOGESTIONE s.a.s
Fonte contenuti: INFOGESTIONE – Network Museum People
Fonte immagini: INFOGESTIONE – Network Museum
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